L’approccio storico (nei limiti di questo articolo) è importante per capire la differenza che oggi possiamo riscontrare fra la pratica di uno Sport da Combattimento e un’Arte Marziale. La differenza è sostanziale, non solo “di brand”.

ikkyo ude osae

Ikkyo: Ude Osae

Gli anni dello “stato pacifico” sono, per la precisione, 265. Si tratta di un lasso di tempo che intercorre fra un Giappone che, per comodità di svolgimento, possiamo considerare “medievale” e l’inizio del periodo Edo. Successivamente a quest’epoca il Giappone, dopo la fine dell’isolamento imposto da Tokugawa, si trasformerà subito dopo nello stato c.d. “moderno” e poi “contemporaneo” che conosciamo.

Il periodo Edo inizia attorno al 1600 e viene detto anche “era Tokugawa“, prendendo il nome da Tokugawa Ieyasu, capostipite della dinastia di Shogun che pacificò l’isola. In questo periodo il Giappone cambia radicalmente. Partendo da una situazione frammentata di poteri e forze militari, Tokugawa riesce nell’impresa di centralizzare il potere controllando tutta la regione, l’economia, la nobiltà e, ovviamente, le forze militari.

Prima di questo periodo le forze militari, tra i quali i Samurai, vivevano per lo shogun e per il daimyo, per il loro “principe”. Il loro unico scopo era vivere per lui, allenarsi a combattere per lui, morire sul campo di battaglia per lui, possibilmente trafitti da una “nobile” lama. Con lo shogun Tokugawa l’obiettivo non è cambiato, ma mancano le battaglie.

Con l’acquietarsi della situazione politica, stabilizzata dallo shogun, questi combattenti, che non andavano tanto per il sottile nelle loro tecniche di combattimento (pur nella loro già sviluppata etica) attraversano un periodo di lunga pace e, possiamo dire, inattività. Inizia a mancar loro quello che fino a poco tempo prima era l’obiettivo principale: difendere il daimyo, e il suo onore (o il proprio), o combattendo fino alla morte, in battaglie campali alla conquista o difesa di un territorio.

Possiamo dunque notare come sia durante il periodo Edo, quindi, che iniziano a svilupparsi tutti i concetti moderni complessivamente riportabili al Budo. Dall’unione delle esperienze dei Samurai relativamente alle loro competenze tecniche e filosofiche, assieme agli influssi dello Shintoismo e dello Zen, nascono i principi fondamentali delle Arti Marziali moderne.

Guerrieri orientati alla lotta e alla morte, d’innanzi ad un lungo periodo di pace, dovevano trovare il modo di “ricanalizzare” le loro conoscenze, trasformandole da tecniche (jutsu) in “via” (do). Lo Hagakure, “i libro segreto del samurai” di Yamamoto Tsunetomo, così come Il libro dei cinque anelli (Go rin no sho) di Miyamoto Musashi, sono sicuramente i principali testi che evidenziano questo passaggio e la necessità di non disperdere il grande bagaglio di conoscenze dei guerrieri, rivalutarlo e rivitalizzarlo per un nuovo Giappone.

Questo complesso evento storico, qui raccontato molto in breve, fornisce un quadro di sviluppo delle odierne Arti Marziali: passiamo così dal Bujutsu (武術) al Budo (武道) la “via del guerriero”. Da questa “progressione” possiamo capire come tecniche e “modalità” di combattimento che oggi ritroviamo in molti Sport da Combattimento, anche sotto nuovi “brand”, non sono proprio delle novità (in Giappone come in occidente). Se non sotto un paritetico aspetto tecnico, sicuramente per quanto riguarda l’approccio “mors tua vita mea” (= “te-ne-do-finchè-basta“).

Obiettivo di uno Sport da Combattimento, per quanto oneste siano le intenzioni dei praticanti è la vittoria, o meglio, la sconfitta dell’avversario. Mi batto per vincere/vincerlo, sopraffarlo, a volte annientarlo.

In Giappone la casta dei Samurai ha avuto 265 anni di tempo per evolvere da questo approccio. Attraverso il metodo del combattimento si è voluto far evolvere non solo quest’ultimo, ma anche le persone e la loro visione della vita. Il concetto di morte, ad esempio, che inizialmente era legato alla morte fisica del Samurai per il suo daimyo, si è trasformato, innanzitutto, nel concetto di morte dell’ego. In questa prospettiva si è sviluppato uno dei concetti base delle Arti Marziali: mi alleno a combattere per non combattere.

Shiho Nage - Morihiro Saito

Shiho Nage – Morihiro Saito

Obiettivo di un Arte Marziale non è battere l’avversario, ma chiedere il massimo a lui affinchè noi possiamo dare il massimo, è imparare a lottare per capire che nella maggior parte dei casi il nemico è dentro di noi, sudare e faticare con “l’arte della guerra” avendo come obiettivo l’armonia. Mentre l’obiettivo di uno Sport da Combattimento è la sconfitta dell’avversario, quello dell’Arte Marziale, per usare una citazione di Gichin Funakoshi, “(il karate-do) non è l’idea di vincere, ma l’idea di non perdere“.

Non è mia intenzione giudicare o dire l’uno è nel giusto e l’altro nel torto. Ritengo, tuttavia, che sia corretto distinguere i due approcci, soprattutto agli occhi di praticanti meno esperti.